Social media e notizie: come cambia il giornalismo? (parte 2)
Eccoci di nuovo a parlare di social journalism. Dunque, riprendiamo il filo, e completiamo quanto detto nell’ultimo post sull’argomento.
Un’altra questione rilevante potrebbe essere legata alla privacy; la possibilità di rendere pubblici i dati della propria pagina social autorizza il giornalista ad appropriarsene? Oppure rimane l’obbligo di chiedere l’autorizzazione nonostante sia volontà stessa della persona condividere i propri dati ed esperienze? In caso di controversia, chi potrebbe aver ragione?
Rimane poi la questione irrisolta del web: possiamo considerare un blog, o un profilo social in cui si pubblicano testi, una testata giornalistica? Un blogger può essere considerato un giornalista? La mia opinione è la seguente: un giornalista può essere un blogger ma non viceversa. Perché? Perché un giornalista, soprattutto le nuove generazioni di giornalisti, hanno ricevuto una formazione giornalistica; un semplice blogger no, per quanto bravo sia (nessuno nega che possa diventare giornalista collaborando con le testate già iscritte al Tribunale).
Un giornalista, essendo iscritto all’Ordine, ha il dovere di rispettare il codice deontologico, cosa che, se fatta a puntino, concorre ad assicurare la qualità del testo prodotto. Credo che per tutelare giornalisti e cittadini anche le testate di informazione presenti nei social vadano registrate in tribunale, per consentire il giusto trattamento dei dati e perché debbano poter essere processate, in caso di controversia, come un organo di informazione. Non significa, secondo me, togliere una libertà ma tutelare quella altrui.
Un altro problema è legato alla gratuità dei social: un social è gratuito; la prestazione del giornalista tuttavia va remunerata. Come si risolve? Con la vendita di spazi pubblicitari? Con gli sponsor? Ma allora in questo modo si rischia l’ingerenza di esterni nelle notizie, che potrebbero risultare inquinate e poco attendibili o meri messaggi pubblicitari. Se da una parte la pubblicità e gli sponsor assicurano la parte economica, dall’altra non danno la certezza di un’informazione libera.
Mi fermo qui. Probabilmente non sarete soddisfatti di questo intervento in quanto non dà risposte. Ma l’intento di questo post non era quello di dare risposte. L’intento è quello di mettere la pulce nell’orecchio, di far riflettere e far capire che la questione del social journalism è un campo alquanto complicato che se da un lato assicura prati di libertà sconfinata, dall’altro può nascondere insidie inaspettate. Vi invito a riflettere, a parlare, a far nascere un dibattito perché dalla tutela della libertà e della qualità dell’informazione passano la libertà e la qualità delle nostre stesse vite.
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